Visitatore n° 2612




 






Vito Bongiorno artista contemporaneo uno dei primi ricercatori della forma post-informale in Italia, si conferma per la sua forte vocazione artistica, offrendo al suo pubblico un linguaggio sempre più all’avanguardia, diverso da tutto quello che ci circonda oggi. Il suo contributo oltre a consolidare le relazioni e i rapporti con le varie realtà artistiche sul territorio nazionale, sta testimoniando il valore e la necessità di promuovere e sostenere la cultura in un momento come questo, pervaso da un senso di crisi e di incertezze sulla scena politica internazionale.



BIOGRAFIA

Nasce ad Alcamo in provincia di Trapani il 1 Dicembre 1963.
Si trasferisce a Roma con la famiglia a soli tre anni e fin da piccolo mostra la sua predisposizione al disegno e alla pittura, realizzando sorprendenti, ritratti, paesaggi e nature morte.
Si diploma presso il II Liceo Artistico Statale, ed è allievo dei maestri Mino delle Site esponente dell’Aereopittura - Futurista in Italia, Vittorio Paradisi e Umberto Maria Casotti.
Nel 1981 consolida le sue conoscenze artistiche seguendo a Roma corsi di incisione, modellato, scultura, disegno dal vero e del nudo.
Dopo il servizio militare soggiorna per qualche tempo in Germania a Monaco di Baviera, dove espone le sue opere presso gallerie e siti artistici.
Passati alcuni anni nel 1986 parte per gli Stati Uniti; a New York ha l’opportunità di far evolvere il suo stile nella fase della piena sperimentazione, mettendola a confronto e integrandolo con la corrente pittorica predominante negli anni passati.
Da queste esperienze maturate con studi e ricerche, Vito Bongiorno approda la sua maturità artistica che lui stesso definisce Sintetismo della vita. Con pochi tratti riesce ad esprimere il dualismo esistente nell’animo umano travaglio interiore e soggettivo, come del resto è prettamente soggettiva la valutazione dell’opera pittorica. Attualmente svolge la sua attività artistica tra Tarquinia (Vt) e Roma.
Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero.


INTERNAMENTEINTERNA

Allievo dell’aeropittore Mino della Site, molto amato da Marinetti, Vito Bongiorno, nato ad Alcamo nel 1963, ha studiato incisione e scultura a Roma per poi proseguire gli studi a Monaco di Baviera, esponendo in alcune importanti gallerie. In seguito, durante un soggiorno a New York, è venuto a contatto con le realtà artistiche più interessanti e ha ampliato la sua ricerca ispirandosi a quella filosofia estetica che egli stesso chiama “sintetismo della vita” e che si esprime nella sintesi fra esperienza oggettiva e manifestazione della propria interiorità.

Il suo lavoro si incentra soprattutto sul tema dell’impronta, che gli permette di mettere in mostra il reale nei diversi aspetti della sua totalità espressiva. Evocando le Anthropométries di Yves Klein, in una recente performance, Bongiorno ha steso lungo la strada del centro di Fregene cinquanta metri di tela e, dopo averla cosparsa di polvere blu, ha lasciato che delle modelle dipinte dello stesso colore vi imprimessero il loro corpo, diventando come dei pennelli viventi, sigilli da imprimere sulla tela sotto la sua attenta direzione. In queste opere si distinguono gli elementi essenziali del corpo femminile: forme antropometriche perfette, come fossero statue antiche della modernità. Si crea in questo modo una distinzione tra il “corpo pennello” della donna e il corpo dell’artista che lascia compiere l’opera sotto lo sguardo suo e degli spettatori. In questo ritratto dell’esistenza Bongiorno sottolinea la predisposizione dell’uomo a lasciare impronte, segni tangibili di un processo temporale che ha avuto luogo sul corpo e sul territorio preso in considerazione. Il suo intento è dunque quello di ridurre l’importanza data al manufatto artistico in quanto tale, per privilegiare l’aspetto mentale e spirituale di ogni creazione.

Nelle opere esposte ad Hybrida Contemporanea, dilatando i confini tra il mondo dell’arte e la quotidianeità, Bongiorno prende possesso degli elementi della scena urbana, attribuendo alla strada il valore poetico di immagine. Rappresenta i luoghi di transito e di mobilità, fatti di slittamenti sensibili e tracce improvvise, luoghi dell’esistente e del vissuto che affiorano fino alla soglia della coscienza. L’impronta di alcuni sampietrini si isola, si raccoglie in se stessa, si fa “figura” diventando come un’icona rinascimentale che emerge a fatica da sfondi di pittura monocroma. I sampiertini rappresentano un connubio di realtà passate, vissute, sovrapposte le une alle altre e intrappolate in armonia in una pittura fatta di segni e di colori. La strada è lo spazio collettivo dove si imprimono le infinite tracce che formano il tessuto dell’esistenza umana, il flusso della vita. Come diceva Argan, riferendosi all’informale, “non è la pittura a fingere la realtà ma la realtà a fingere la pittura”. Bongiorno realizza quindi quella prossimità assoluta fra vita e arte spostando l’attenzione dello spettatore sul banale lì dove la percezione si arresta per far cadere la rigida barriera tra realtà e immaginazione.


SEGNO E MEMORIA

Non saprei dire se per istinto, gusto innato, vocazione, sapienza acquisita con gli studi e con l’esperienza, ma Vito Bongiorno è un pittore dalla mano leggera e dalla memoria vigile, dal segno rapido e sicuro e dalla fantasia mobile, dalla forma cangiante e dalla immaginazione cromatica leggiadra. Egli possiede quella leggerezza che Nietzsche considerava un dono divino: “Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”. Guardando le sue opere mi viene in mente Toti Scialoja, il pittore delle impronte, il poeta e scenografo che ha avviato all’arte intere generazioni di giovani, spiegando loro con l’esempio le ragioni profonde, spirituali e tecniche, del fare pittura. Non ne è stato allievo, ma poteva esserlo stato, più e oltre che dell’aereopittore Mino delle Site. Scriveva Toti Scialoja di sé: ”Sono stato felice ogni volta che il gesto ha preceduto il pensiero, la parola ha preceduto il sentimento, l’abbraccio è venuto prima dell’amore. Sono intero solo quando è la vita a condurmi”. E Fabrizio D’Amico di lui:” Una lama sottile, un punto instabile di equilibrio, impossibile da tener fermo nel tempo, era l’impronta”. E impronte mi sembrano quelle che figurano al centro delle opere di Vito Bongiorno, entro quadri e riquadri multicolori che rivelano a un tempo senso del colore, virtuosismo della linea e padronanza della superficie pittorica.
Punto,.linea .superficie erano le regole della ricerca compositiva di Kandiskij.
Dice Vito Bongiorno: “Non c’è un passato o un futuro nel mondo dell’arte, non condivido perciò chi definisce Bello un quadro, il bello in pittura non esiste! L’opera è una ricerca, un esperimento ed è nel momento in cui la si osserva che acquista un significato profondo traducendo le emozioni, le fantasie e le memorie di chi è spettatore, proprio per questo si trasforma in arte”. Egli mostra di considerare un quadro una sorta di “opera aperta”, alla quale collabora anche lo spettatore, anzi che acquista un’esistenza solo quando traduce le emozioni, le fantasie e le memorie di colui che la osserva.: un’idea eminentemente moderna, che nega che l’opera d’arte abbia un’esistenza oggettiva, autonoma, indipendente non solo rispetto allo spettatore ma perfino rispetto all’autore, come sostengono insigni storici dell’arte. Nello stesso tempo mostra di aver conoscenza delle tendenze dell’arte moderna rispetto al Bello e alla Bellezza. “ Il desiderio di distruggere il Bello è la forza motrice dell’arte moderna”, proclamava nel ’48 Barnett Newman, uno degli artisti della sua scuola di New York. Lo si voleva distruggere, il Bello, al fine di rinnovare radicalmente l’arte, di spazzar via la concezione winckelmanniana della Bellezza quale sintesi di armonia, giusta proporzione delle parti, ordine, in poche parole sintesi della divina proporzione di Luca Pacioli (Il Wilckelmann distingueva la Bellezza, fine specifico dell’arte, dal Bello, che riguarderebbe ogni altro aspetto della realtà). Il desiderio di distruggere il Bello risaliva al Seicento, trovava una delle sue espressioni teoriche nell’Estetica del Brutto di Karl Rosenkratz e culminava nella tabula rasa operata da Malevic, Duchamp, Marinetti, Picasso e compagni. Senonchè la Bellezza è un evento misterioso, che rinasce dalle proprie ceneri, come la mitica Fenice.

“Che cosa sia la Bellezza io non so”, diceva Durer.
“La Bellezza è un enigma”, diceva Dostoevskij.
“Il Bello è semplicemente l’inizio del terribile che molti di noi appena sopportano”, diceva Rilke.
Nel suo saggio Medusa. L’orrido e il sublime nell’arte, Jean Clair ha riproposto l’idea che esista un legame fra la Bellezza e l’Orrore. Egli fa risalire l’idea della Bellezza come Orrore al mito di Medusa, che già nella Teogonia di Esiodo incarnava la Bellezza e l’Orrore e come tale è stata rappresentata dagli artisti di ogni epoca, sino ai nostri giorni.
Questo lungo discorso per dire che le opere di Vito Bongiorno, piaccia o non piaccia al loro autore, sono belle.
Oltre Toti Scialoja, egli mi fa venire in mente anche Yves Klein, il pittore francese che ricopriva di blu i corpi di giovani donne e ne imprimeva le impronte sulla tela.





Sintetismo

Il Comune di Fiumicino si dimostra sempre promotore di iniziative culturali di elevato spessore, grazie ad interventi mirati che vogliono Fiumicino protagonista assoluta anche nel campo delle arti. In questo caso la mostra di Vito Bongiorno negli spazi della nuova sede del Comune di Fiumicino, in collaborazione con la Galleria Camelu' di Roma prevede la realizzazione di importanti opere pensate e realizzate in conformità con il luogo espositivo. In collaborazione tra loro, l'artista entrerà in dialogo con la struttura, progettata da uno dei piu' grandi architetti italiani Alessandro Anselmi.

Un dialogo singolare. Con questo evento l'amministrazione prosegue il monitoraggio delle potenzialità culturali del proprio territorio iniziata da diversi anni, attraverso l'organizzazione di mostre ed eventi culturali e il coinvolgimento di un pubblico sempre piu' vasto.

Bongiorno con questa mostra, apre una sorta d'epopea del visto e del vissuto. Inizia la sua ricerca creando una scrittura monocroma sintetica, fatta di frammenti linguistici tratti dal quotidiano, dove si evidenzia l'impegno politico sul reale, di contro a possibili interpretazioni concettuali.

Bongiorno sceglie di stare all'interno del linguaggio nella sua singolare dialettica tra pubblico e privato. Nel 1999 esordisce con l'utilizzo di trasfigurazoni naturali, in netta rottura con la classica tradizione pittorica. Qui assistiamo all'esplosione della struttura vitale, al passaggio dal segno linguistico al gesto concreto. Alla forma riprodotta sul supporto si sostituisce l'azione e l'esperienza che fanno della sua arte un percorso vissuto e collettivo. La sensorialità e la tattilità diventano il segno di una coscienza critica dell'esserci come mittenti e destinatari dell'arte.

L'artista presenta il puro cosi' com'e', non elabora l'oggetto, ma lo rende avvenimento. E' la vita che si fa opera d'arte con tutte le sue possibili evoluzioni. La materia visionaria, i comportamenti, gli odori, il colore profondo non prevedibile ma sorprendente, sono l'essenza del lavoro di Bongiorno. Segni, forme, sfumature quotidiane, sono fisicamente presentati nello spazio espositivo, elementi ricorrenti che sono sia l'eco di un uso autobiografico, sia il simbolo di una condizione, di una visione mobile fra pensieri differenti, immersa in un quotidiano carico di ricordi d'altri tempi. L'attacco al pubblico e' sincero e diretto, mira alla coscienza sensoriale.

Sala Comunale
Via Portuense, 2498 - Fiumicino (RM)







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